Reviews

Review of Being & Nothingness (Italian)

Alone Music, April 2004

Da Lund, Svezia, ecco un’altra band - capolavoro del death metal.



Nonostante sia oramai dato di fatto che i Paesi scandinavi siano gli indiscussi maestri di questa branchia del metal, non tardano ad arrivare ulteriori conferme anche dall’ambente underground, che sforna in tempi record miriadi di gruppi dalle indiscutibili capacità tecniche e musicali, degne delle migliori band internazionali. A testimonianza di ciò, ecco gli Havok, al loro primo album ma con circa quattro anni di esperienza musicale alle spalle. Dopo due demo, un EP promozionale ed un lungo e soffocante anno di silenzio, gli svedesi tornano più carichi che mai, forti di un nuovo contratto con la giovane Vicisolum Production e di una quanto mai fervente voglia di tornare a calpestare i palchi svedesi e non.



L’energia racchiusa all’interno del nome Havok viene tradotta in musica attraverso i 10 pezzi che compongono “Being & Nothingness”, uscito appena due mesi fa.



Il debutto strutturalmente è scandito in due tranche, grazie all’inserzione di un primo intro, “Avaye Penhan”, e di uno strumentale a metà CD, “Monologue With the Sky”, che assurge al ruolo di spartiacque.

Il primo pezzo – intro è quasi surreale, ci proietta in atmosfere a tratti arabeggianti, con arpeggi sinuosi e sensuali che fanno da sottofondo al vociferare quotidiano. Si ha la sensazione di essere in uno di quei mercati all’aperto, pieni di gente.. ma, proprio quando l’udito sta per cominciare ad abituarsi alla dolce melodia, ecco entrare in scena il doppio pedale della batteria che, accompagnato dalla chitarra, crea un trait – d’union tra l’intro ed il secondo, successivo, pezzo.

“The Monsoon”, è la prima vera track nella quale abbiamo un ottimo riassunto di quelli che sono gli Havok nel loro complesso. Brutali, aggressivi e melodici allo stesso tempo, impongono all’ascoltatore massima concentrazione ed elevato trasporto emotivo, in una continua tensione resa da una voce calda e cavernosa che si alterna sapientemente alle urlate e sofferte backing vocals.

“A Pyrrhic Victory For Humanity” si presenta come una travolgente track in cui i temi si fanno più struggentemente nichilistici. Un errare affannoso ed angoscioso, alla pressante ricerca di un qualcosa in questo “mondo di acqua” [cit.], ci imprigiona costringendoci ad essere quasi come delle statue pietrificate, incapaci di esprimere le nostre sensazioni e costretti a rinchiuderci in una fredda apatia.

Ma eccoci arrivati al quarto pezzo, quello che personalmente preferisco su tutti, violento fin dai primi istanti con i due schiaffi iniziali, dati ai piatti della batteria, ai quali segue una formidabile prova di bravura da parte del drummer Johan Cronqvist. Il crescendo di precisione e velocità, che gli Havok dimostrano di saper gestire con notevole abilità, prosegue anche con “Paramount” in cui la voce, a poco più di metà del pezzo, viene “sporcata” con una distorsione dalle sfumature sperimentali. Le urla sono quanto mai padrone del pezzo ed evidente è la loro matrice iraconda, a discapito di quella dolorosa.

Arrivati alla sesta track, “Monologue With the Sky”, ci godiamo un attimo di pausa. Il rumore di un proiettore da cinema anni ’30, comincia il suo lento destreggiarsi nei tre minuti che compongono questo melanconico strumentale. Sfumature trasognanti, conferite dal solo uso del piano come filo conduttore di questo “monologo col cielo”, fanno distendere i nervi, tenuti pedissequamente tesi nelle precedenti track. Ed è sorprendente con quale abilità gli Havok riescano a passare da un’atmosfera all’altra come se nulla fosse, con una padronanza ed una maestria assolutamente degne di nota.

E dopo il sogno, si ritorna alle sonorità aspre e travolgenti di prima, con i tre pezzi conclusivi di questo full lenght che ci regalano gli ultimi riff e gli ultimi virtuosismi vocali della band. Qui, i toni si fanno senza dubbio più cupi e decisi, se non per la musica in sé per sé [che era già in precedenza violenta ed aggressiva], sicuramente per quanto riguarda le tematiche. Il quasi parmenidiano “Being And Nothingness”, Essere e Non Essere, adesso ci pone dinnanzi alla seconda fase, quella del Nulla, appunto, in cui persino la natura si colloca in contrasto con l’umanità intera, attraverso il rapido scatenarsi di tempeste e di una vera e propria “stagione delle locuste”, rispettivamente in “Stormfeed” e “Season of the Locust”.

Con sfumature quasi prog, ci avviamo alla conclusione del nostro album con una soddisfazione manifestata e dall’espressione finale del mio volto e dal godimento palesato dalle orecchie.



Con un’impressionante dose di tecnica e precisione, gli Havok si preannunciano una band molto interessante sotto il profilo death metal svedese e non solo. Freschi, con nuove e buone idee, abilmente trasportate in musica e parole, e con una grande energia, sono sicura che continueranno a far parlare di loro. E, chissà, magari potremo ben presto avere il piacere di vederli esibirsi live sui nostri palchi italiani, dove, ne sono certa, sapranno dare ulteriore sfoggio della loro impressionante e sofisticata bravura.

(9/10, Review of Being & Nothingness (Italian) by Selenia at Alone Music)

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